Ancient Methods - Turn ice realities into fire dreams |

Ancient Methods – Turn ice realities into fire dreams

Pubblicato da Alessandro Violante il novembre 10, 2015

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L’uscita del nuovo EP di Ancient Methods per la tedesca Hands Productions simboleggia un certo interessamento, da parte di Udo Wiessmann, nei confronti di un artista che sta visibilmente facendo parlare di sé come ponte tra due generi che non troppo spesso e, comunque, quasi mai così sfacciatamente, si sono incontrati, dando luogo ad una particolare ed indefinibile miscela, quale è quella di Turn ice realities into fire dreams.

Dopo aver ampiamente dimostrato, nella sua seppur ancora breve carriera, di avere una particolare concezione della musica elettronica ballabile (sarebbe un errore chiamarla semplicemente “techno”, perchè è tutto fuorchè musica diretta e mirata a far saltare) che lo ha portato ad essere ben visto dagli “industrialists” così come dagli amanti della techno vecchia maniera, il Nostro arriva qui, in questi quattro brani, a spiegarci quel processo alchemico, a suo dire transitorio, verso qualcosa che ancora non ci è ben possibile immaginare, che trasforma realtà di ghiaccio in sogni di fuoco.

Oltre a mostrare il suo legame con la natura e con i suoi elementi principali (tra i quali, appunto, acqua e fuoco) – e la natura è presente anche nella cover artwork – la metafora riguarda anche e soprattutto la trasformazione del freddo beat techno, grazie all’ausilio di certe sonorità industrial ma soprattutto di matrice tribale, in una sorta di rituale primordiale, e non è un caso che, piuttosto che evocare periferie urbane, qui spesso i brani ricordino i balli e i ritmi africani.

Certamente Michael Wollenhaupt opera in questa sede (ma, seppur più velatamente, come fatto già anche in altre precedenti occasioni) con gli strumenti chirurgici di casa Hands, come ad esempio le tipiche distorsioni ritmiche, che nella ottima Protection had to be given (un rituale africano mirato ad ottenere la protezione da parte della figura divina?) si mostrano con più coraggio, mentre nella successiva This is all i could do rimangono quasi in silenzio sullo sfondo.

Episodi come la opener Guided by the force of compassion, così come gli altri (ma questo in maggior misura) mettono in scena una sorta di techno-industrial il cui motore principale è la somma degli elementi e degli strati sonori, invece di ricorrere all’abusata sottrazione, una pratica che si pone in controtendenza rispetto ad un trend che si muove invece verso il concetto di less is more, ma che forse sta conoscendo un lento declino. In questo brano, infatti, convivono su più strati il sampling chitarristico, la ritmica africana e gli strumenti primordiali, l’utilizzo dei quali stabilisce un ponte con culture profondamente differenti dalle nostre. Anche qui, più che pensare alla techno, si può pensare ad un rito intorno ad un falò (sempre pensando ai fire dreams del titolo).

Anche l’interessantissima e conclusiva My ice baby trascende ampiamente le forme della techno per stabilire un incontro tra voci sintetiche alla Dive (si pensi a Welcome to hell), ritmi sincopati un pelo più “freddi”, ed una ritmica che, seppur nella sua precisione chirurgica, sembra sempre cercare di sgattaiolare fuori dalla robusta gabbia metallica quadrata tipica della musica techno. Anche qui, un ascolto attento può evidenziare più trame sonore che corrono “separatamente”, come rette parallele, ed è questo che rende interessante il lavoro.

Tornando a This is all i could do, questo è il brano in cui le sonorità industrial si fanno più preponderanti, anche grazie ad una ritmica marziale pensata per una generazione postumana, e farcita di suoni post-industrial di varia natura che, grazie al sottofondo oscuro, acuiscono la sensazione di claustrofobia. Anche qui, a ben guardare, quella che è la marcia incessante ha più di qualcosa in comune con le danze primitive.

In conclusione, quello che Ancient Methods ci ricorda in Turn ice realities into fire dreams, è che la musica techno non deve necessariamente essere semanticamente e subculturalmente legata a freddi e nebulosi scenari periferici, alle fabbriche abbandonate e al suo semplice incedere martellante, ma può anche evocare l’antichità, l’evocatività di quello che è primordiale, come un rituale o una danza propiziatoria, perchè in fondo stiamo parlando di puro e semplice ritmo.

Voto: 8

Label: Hands productions