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Daniele Santagiuliana – Doppelganger

Pubblicato da Alessandro Violante il dicembre 24, 2015

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Qualunque individuo che, per qualche ragione, si dovesse ritrovare a studiare se stesso, si troverà a dover comprendere il dualismo bene / male insito nella propria natura, e ad esserne consapevole. Questa consapevolezza certamente ci porta ad elaborare riflessioni più ampie e a comprenderci meglio, ma a volte può capitare che si verifichi una sorta di sdoppiamento che porta alla separazione tra “Io buono” e “Io malvagio”, quest’ultimo in tedesco chiamato Doppelganger, il titolo del nuovo album di Daniele Santagiuliana, che di solito presagisce qualcosa di brutto, ma che in realtà è forse il risultato del tentativo di buttare fuori quel che di brutto un individuo ha dentro di sé (magari perchè questo qualcosa diventa troppo grande ed ingombrante), conferendo “forma umana” al proprio opposto, creandone una copia esatta.

Il disco di Santagiuliana affronta il tema della separazione tra “Io bene” e “Io male”, servendosi di un cantato severo e baritonale così come pregno di palpabile spleen ottantiano, di lente cadenze ritmiche marziali, e di suoni minimalisti e retrò. Nove omen, “presagi” (come il Musicista ama definirli), che ricordato lo Jandek di Blue Corpse e Michael Gira, ma anche i Black Egg di Songs of death & deception (qui la recensione), di recentissima uscita, soprattutto in brani come la opener And the river vomited me out. Oltre al fattore puramente musicale, quello che colpisce in questo lavoro del Musicista (e quest’album è una prova della sua capacità compositiva a tutto tondo), è l’elemento lirico.

Spesso, infatti, i testi sono l’elemento fondamentale per comprendere l’angoscia e lo stato di separazione di cui si parlava. Si tratta di testi mai banali, che descrivono stati d’animo, presagi di qualcosa che potrebbe accadere, profonda malinconia, ma che, a ben vedere, sono poetici. Se la già citata opener parla di una separazione fisica particolarmente sofferta, vomitata, Shaking the smoke away mostra l’atto del procurarsi ferite come atto di riappropriazione del dolore, di quello di cui ci si è liberati, per sentirsi vivi, per sentire dentro di sé quella parte che si è buttata fuori. C’è poi, in Night games, un senso di inadeguatezza, un sentirsi vuoti, come delle Sfingi in attesa di una benedizione, di una cura ai propri mali interiori, che solo la riappropriazione interiore del nostro doppio può garantirci, doppio senza il quale siamo incompleti, come persone che cercano loro stesse in una nuvola di fumo, dopo aver vomitato il proprio doppio, dopo averlo espulso dal proprio petto, colpo di tosse dopo colpo di tosse.

Musicalmente, i brani si trascinano su strutture lente, scivolano via verso l’oblio, un oceano infinito di cui non si può intuire l’enorme profondità, a volte lasciando parlare la chitarra, come in Saints of the alleys, altre volte facendo parlare le ritmiche elettroniche come nella cobainiana The animal hour o in Night games. Guilt master, uno dei brani più riusciti, sperimenta anche nello spoken word, utilizzato come strumento al quale imprimere la voce dell’interiorità dell’individuo.

Doppelganger è un lavoro molto particolare, che necessita di molti ascolti per essere compreso al meglio, così come della lettura di testi geniali, che ci spingeranno senz’altro a riflettere su noi stessi e sulla nostra, imperfetta, natura umana di persone che, per vivere, hanno bisogno di avere dentro di loro il giusto numero di elementi, e nella giusta proporzione.

Voto: 8

Label: Looney-Tick Productions