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DBPIT & Xxena – White stories of black whales

Pubblicato da Alessandro Violante il ottobre 21, 2015

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Da Roma ad Akureyri il passo è breve se c’è di mezzo la musica, quel potentissimo linguaggio in grado di annullare distanze ed evocare sensazioni profonde, quella degli artisti-musicisti romani DBPIT (il “Ben noto trombettista post-industriale”) e Xxena, rispettivamente compositore musicale e artista nel campo della grafica e della videoart, tra le altre cose.

White stories of black whales non è altro che l’ennesima dimostrazione della creatività a tutto tondo del duo, che li porta a misurarsi sempre con lavori che mirano alla creazione di esperienze totalizzanti, che coinvolgono sempre differenti linguaggi e media. Del resto i Nostri si sono sempre misurati con lavori il cui scopo non era semplicemente l’esposizione musicale, per quanto buona, come già accadde col progetto Lympha obscura, che recentemente ha visto la luce in formato fisico grazie alla Naked lunch records, ma che per ovvie ragioni si esprime al meglio in sede live, nell’hic et nunc esperienziale.

Stavolta i due esibiscono una mescolanza di linguaggi differenti che formano un insieme interessante, ed è il caso di dirlo, sperimentale, se essere artisti sperimentali significa creare lavori che siano il risultato della compresenza e del perfetto dialogo di più forme espressive: la grafica, il disegno, la musica, l’ambiente, l’invito alla riflessione. Si ottiene così, in un certo senso, una interessante emanazione della wagneriana Gesamkunstwerk. La particolarità del lavoro sta qui nell’ampio numero di chiavi di lettura di un progetto molto corposo. Una di queste è quella legata alla grafica ed al disegno, linguaggi curati da Xxena, che invitano ad una riflessione conscia o inconscia sulla libertà delle balene, animali spesso brutalmente uccisi, che i Nostri hanno avuto modo di osservare in Islanda. Ad ogni modo, ben prima di questo lavoro, Xxena ha sempre richiamato, nel suo logo, un pesce, forse uno spirito guida che indica libertà artistica, perchè si presuppone, a volte sbagliando, che sia notoriamente un animale libero.

Per mezzo di questo lavoro, bambini ed adulti vengono invitati a riflettere sul concetto di libertà (la libertà di modificare l’opera o di non farlo, per usare un concetto appartenente a certa arte interattiva, la libertà di immaginare il mondo delle balene – pensate a chi vive nel cuore di una metropoli – e soprattutto quella di associare stati mentali del tutto personali alla musica ascoltata). I colori scelti sono il nero, varie sfumature di azzurro e il bianco: il nero evoca il soundscape dark ambient o anche, più semplicemente, la dimensione spaziale non definita prospetticamente, il bianco richiama invece il ghiaccio, la neve e, in generale, il paesaggio tipico che ci si aspetta da una terra come l’Islanda, ma anche la purezza dell’ambiente in cui la balena si muove, mentre i blu e gli azzurri rappresentano la vita. Il rapporto tra bianco e nero può anche essere interpretato come quello tra libertà e schiavitù (esistono molti parchi tematici in cui le balene vengono ammaestrate, e anche questo mina la loro libertà). Chi sceglie di colorare i disegni dà libero sfogo alla propria creatività, chi non lo fa sceglie il dualismo e la netta tensione tra questi due concetti-colori antitetici.

Tuttavia, poichè la musica è quello che ci interessa maggiormente, White stories of black whales è anche musica: quattro brani, di cui due particolarmente lunghi, che proseguono nella ricerca intrapresa dai due artisti romani, una ricerca che affonda nella ripetizione, nello studio del suono e nel minimalismo. La purezza del suono è l’elemento chiave che porta ad uno stato di trance che permette all’ascoltatore di entrare in un’altra dimensione, e questo concetto è alla base di tutta la musica ossessivamente ripetuta, ritmica o meno: musica come ponte tra mondi diversi, musica esperienziale (in senso allargato). Il loro è un tributo ai maestri del genere dark ambient ma anche a quelli, più in generale, della musica post-industriale. Trattasi di quattro mantra sonori che affrontano la materia sonora in maniera differente: Her majesty, nella sua apparente calma e nella sua costante tensione è non solo e non tanto un inno alla balena – e quindi alla libertà – quanto al suono stesso, perchè quanto più il suono è puro, tanto più esso è libero e manifesta la sua grandezza, ed è anche questo il motivo per cui qui non risiede alcuna sezione ritmica (anche se un ritmo interiore è sempre inscindibile da qualunque forma musicale), ma solo un approccio minimalista in cui bastano pochissimi suoni per trasmettere sensazioni.

Al contrario, Dance in the deep blue è un brano molto teso in cui, come una marcia di morte, la ritmica ciclica e claustrofobica scandisce un tempo marziale per oltre dieci minuti, con in aggiunta suoni dissonanti e di matrice industriale insieme a quelli delle balene. Stilisticamente questo è un brano che paga il suo tributo anche ad un industrial ritmico privato della sua componente rumoristica ma altrettanto ansiogeno e che, allo stesso modo, mette in scena una lezione di techno-industrial per i newcomers di quella commistione che ora sta tornando ad avere un certo interesse presso certi ambienti.

Con Embrace usciamo dalle cupe gabbie industriali con un breve brano (se pensiamo alla durata dei principali) in cui ritroviamo sì la ciclicità del ritmo che ricorda le onde e il movimento circolare delle balene ben descritto nel libro e bene espresso dalla ciclicità sonora, ma anche una certa possibilità, da parte dell’ascoltatore, di respirare a pieni polmoni. La conclusiva Fly away è una dichiarazione di intenti e di libertà creativa, una sorta di lungo happy end in cui le balene comunicano tra loro libere di nuotare nell’oceano, mentre la ciclicità del ritmo sonoro, che anche qui evoca le onde del mare, prosegue fino al termine del brano, e ci comunica l’infinita vastità dell’ambiente in cui questi animali si muovono. Anche il saltuario motivo di tastiera contribuisce ad evidenziare l’immensità e l’eternità.

Un lavoro piuttosto complesso e ricco di sfumature quello di DBPIT e Xxena: White stories of black whales è l’ennesima dimostrazione dell’innata creatività dei due artisti romani e della loro volontà di andare oltre la fruizione musicale in sé, la loro voglia di rinnovare una proposta sempre diversa nelle sue manifestazioni, sebbene tutti i loro lavori abbiano due comuni denominatori: purezza sonora (attraverso il ricorso a strutture ripetitive e minimaliste) e sperimentazione.

Voto: 8

Label: Dischi Gatto Alieno