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Mono-Amine – Ordo Ab Chao

Pubblicato da Alessandro Violante il maggio 17, 2016

mono-amine-ordo-ab-chaoChe Joost Gransjean, in arte Mono-Amine, fosse olandese, lo si capisce sin dalle prime battute di questo nuovo Ordo Ab Chao, uscito il 15 aprile per la Vendetta Music, un lavoro che conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la bontà di un musicista che ha fatto della ricerca del beat perfetto la sua ossessione. Ordo Ab Chao è un lavoro dalle molteplici chiavi di lettura.

Non semplicemente un ottimo album di rhythmic industrial che incontra tempi, suoni, distorsioni e ritmiche techno e hardcore all’olandese, ma un lavoro il cui titolo cita la Massoneria e che, in alcuni titoli dei suoi brani, si rivolge con fare imperativo alle persone (Question authority non lascia spazio ad interpretazioni), cercando di svegliarne le coscienze (un po’ quello che la musica industrial, sin dai suoi albori, ha sempre cercato di fare nei modi più disparati).

Citando Burroughs, in questa sede il ruolo di spina nel fianco dei sistemi di controllo viene occupato da ritmiche al fulmicotone che si susseguono e che si trasformano senza sosta, talvolta legate tra loro con un particolare gusto per il collage. E’ questo il caso, in particolar modo, dei primi brani, che ai primi ascolti possono suonare un po’ “legnosi”, ma che poi si mostrano nella loro fierezza priva di compromessi. Chaos by its definition è un esempio di classicissimo rhythmic industrial in cui la parte del leone ce l’ha la magniloquente distorsione di matrice fortemente ’90s, per la verità un po’ monolitica, leitmotif dell’intero brano, alternata ad un beat sporchissimo (merito di una produzione davvero rough) su cui un riff di matrice punk si adagia con cattiveria. Lo stesso utilizzo del riffing di chitarra elettrica allo scopo di esprimere durezza ce l’ha anche la più lenta, ma granitica e particolarmente pesante, Order out of chaos, un altro brano rhythmic industrial che alterna diverse variazioni sul tema e in cui il beat è decisamente preponderante.

Le distorsioni e i tempi di matrice hardcore techno sono ben presenti in episodi più tirati come Eleutheromania e, in generale, in quasi tutti i brani successivi a Question authority, che connotano un musicista il cui approccio è ben diverso da quelli dei colleghi tedeschi o belgi, ma brevi richiami all’hardcore sono presenti un po’ in tutti i brani, in misura maggiore o minore, nell’utilizzo di distorsioni tipiche della fase early del genere (quella che, per intenderci, arriva fino al 1999). Interessanti giochi di cassa sono il fulcro di Statism is an ideology, una trovata interessante che conferisce una certa dinamicità ad un brano che altrimenti viaggerebbe sempre sullo stesso tempo. Questo continuo alternarsi di tempi e ritmi differenti è uno dei motivi per cui, nonostante la talvolta eccessiva lunghezza dei brani, questi non stanchino mai o non suonino banali.

A partire dalla già citata Question authority, i ritmi diventano progressivamente più veloci, meno granitici e più snelli, in sintesi meno cerebrali rispetto alla tribale The future must not be blindly accepted, che richiede invece diversi ascolti, spingendoci con forza nell’immaginaria pista da ballo. Question authority parte come ruvida techno all’europea per poi lasciare spazio a tempi più complessi e sordi che ricordano certe cose del Wieloryb di Root, ma con una minore enfasi sulla distorsione, inserendo anche un breve passaggio hardcore che molto deve al tipico suono francese di fine millennio.

Polluting the mainstream fa il verso alla buona vecchia industrial hardcore mentre I walk in the shadow of death richiama certe distorsioni più vicine alla primissima frenchcore (con le opportune variazioni ed aggiunte, tra cui sampling ed atmosfere tipicamente industrial-distopiche). In chiusura si trova un gioiellino di rhythmic industrial slegato dai tempi hardcore e techno, Taking your control away, che sembra rompere l’incantesimo del 4 / 4 perfetto incontrato sino a quel momento, per catapultarci in un pattern ritmico tarantolato e particolarmente distorto. Una menzione particolare ce l’hanno l’opener, The predatory elite col suo mood distopico e la sua linea di synth particolarmente acida e la conclusiva Future is a concept (ambient mix), distorta, dal mood apocalittico e tutta giocata su un sampling francofortista (The future is a concept, it doesn’t exist […] tomorrow never comes).

Con Ordo Ab Chao, Mono-Amine ci consegna un lavoro che ci attacca con ritmiche veementi e senza soluzione di continuità in un assalto all’arma bianca che conosce pochissime e ragionate pause poste solo in apertura ed in chiusura, ma anche una interessante riflessione di natura politica. Quello di Joost non è un caso isolato di musica rhythmic industrial che esprime problemi attraverso toni imperativi (i Winterkälte in questo sono dei maestri assoluti), ed è proprio questo il maggior fascino dell’industrial ritmico: la relazione diretta tra musica strumentale dai fortissimi connotati ritmici ed un messaggio fatto di slogan ed affermazioni importanti. Un lavoro non innovativo ma degnissimo di più di un semplice ascolto.

Label: Vendetta Music

Voto: 8