Ebb #1 – Peter Weibel

Pubblicato da Andrea Piran il luglio 23, 2015
Peter Kubelka con la pellicola di Arnulf Reiner. Film o opera digitale?

Peter Kubelka con la pellicola di Arnulf Reiner. Film o opera digitale?

Leggendo, con grande interesse, l’intervista a Peter Weibel, mi riverberano una serie di concetti e domande ancora senza risposta nel nostro presente. Cos’è in definitiva la new media art? Perché c’è una visibile resistenza da parte dell’arte ufficiale?

Inconsapevolmente, in Dopo l’Arte, David Joselit indica un elemento importante nella vita artistica, il museo, che, a ben vedere, ha un rapporto conflittuale con la new media art. Trattando di arte tradizionale, per quanto il termine suoni strano, l’autore vede il museo come l’interfaccia tra pubblico e arte ed il crocevia di un composito insieme d’interessi che lega le immagini a quello che suscita negli spettatori, inclusi gli aspetti economici.

La grande questione della new media art è che, essenzialmente, i luoghi deputati alla fruizione dell’arte i.e., museo, cinema, sala da concerto sono solo alcuni tra i tanti possibili, e questo ha generato una situazione i cui effetti sono parzialmente visibili. Quando Peter Weibel afferma che “grazie a Internet, tutti possono diventare produttori di informazione e distribuirla ovunque e tutti possono ricevere qualunque messaggio” tratteggia una situazione che potenzialmente riecheggia quella che Gabriele Frasca ricorda quando, con un riferimento al presente, ricorda che con la tipografia, criticata dagli amanti del manoscritto, ha diffuso la cultura grazie a “legioni d’imbecilli” che ne hanno potuto avere accesso.

screenshot di Synthpond, uno degli strumenti utilizzabili da chiunque

screenshot di Synthpond, uno degli strumenti utilizzabili da chiunque

Il museo, nella visione di Joselit, è anche un gestore dell’accesso all’arte, non foss’altro perché quello che viene ammirato  è ciò che viene scelto da un curatore e, nel ‘900, questo ha fatto si che, come osserva Weibel, le arti visive abbiano opposto resistenza alla mutazione delle tecniche di produzione. Quello che non osserva Weibel è il lato oscuro che crea un problema critico ed estetico della tecnologia, e non è vero che l’opposizione ai media per la loro natura meccanica implichi l’opposizione a tutti gli strumenti meccanici.

Le evoluzioni tecnologiche del passato, i.e., il pianoforte, erano pensate per chi conoscesse l’arte di riferimento, mentre alcuni strumenti recenti sono pensati e venduti come utilizzabili da chiunque. Questo è un problema critico nella misura in cui la questione lo diventa, se è ragionevole supporre che l’utilizzatore di tali strumenti sia un artista oppure una persona che, giocando con tali strumenti arrivi, per caso, ad un risultato esteticamente rilevante. Che, alla fine, è il punto che manca nell’analisi di Weibel assieme alla questione della preservazione delle opere di new media art, mentre il punto perfettamente centrato è il ruolo del museo che reagisce come le sale cinematografiche all’arrivo del digitale.

Il conservatorismo di ritorno su questioni come la pellicola nel cinema oppure la reificazione di un’opera di new media art è legato ad un fattore, la perdita di centralità della sala nell’era in cui un lungometraggio è visibile su una serie di dispositivi diversi che, come succede anche con la new media art, non cambia il linguaggio artistico, ma che obbliga ad una serie di modifiche per adattarsi a tali dispositivi.

Succede quello che è successo con il ritratto con l’avvento della fotografia e che non è scomparso, e le sue caratteristiche estetiche non sono mutate, ma è cambiato il medium di riferimento, obbligando la pittura ad adattarsi a quel cambiamento che venne compreso dalle avanguardie storiche pagando lo scotto dell’esclusione dall’orizzonte dell’arte da museo. Quest’esclusione nasce come reazione alla perdita di centralità, essenzialmente economica, dei luoghi di fruizione tradizionale, che hanno anche l’incapacità di comprendere come preservare opere di difficile collocazione nell’orizzonte storicista del Sistema dell’Arte.

Non è vero che “l’arte ha rifiutato di espandere i propri strumenti trasformandoli in strumenti tecnici”, ma che da una parte s’è pensato che bastasse cambiare gli strumenti per rinnovare l’arte e dall’altra che solo con gli strumenti classici si potesse fare arte. Forse s’è confuso il linguaggio con il mezzo per conservarlo.